In Italia l’intelligenza artificiale potrebbe valere un incremento del Pil pari al 13% da qui al 2030, tradotto in moneta, vuol dire 228 miliardi di euro, una cifra enorme se si pensa che le manovre economiche più grandi arrivano intorno ai 45 miliardi, il 13% di crescita in 10 anni rappresenterebbero una crescita del PIL straordinaria che porterebbe l’Italia fuori da ogni crisi economica.
La stima, presentata durante l’evento “The Future Is Now” tenutosi a Milano lo scorso ottobre, arriva dalla società di consulenza McKinsey & Company e dal suo istituto di ricerca economica McKinsey Global Institute, che per il quarto anno consecutivo è stato riconosciuto primo think tank privato al mondo nella classifica dell’Università della Pennsylvania.
Secondo i dati presentati – che fanno riferimento al discussion paper “Innovation in Europe: Changing the game to regain a competitive edge” – per l’Europa, l’aumento del Pil potrebbe essere del 19%, per un valore pari a 2700 miliardi di euro nel prossimo decennio.
Massimo Giordano, managing partner McKinsey Mediterraneo ha sottolineato che l’AI “rappresenta un’opportunità unica per la competitività e la crescita del nostro continente, che può puntare su diversi punti di forza: un settore industriale all’avanguardia; un ampio bacino di talenti nella ricerca e nel tech; un numero di startup in continua crescita. Sarebbe quindi un peccato perdere questa occasione. Non si tratta infatti di un tema astratto, ma di ricchezza concreta”.
Perché queste previsioni si avverino, però, si devono realizzare diverse condizioni favorevoli. L’evoluzione tecnologica dovrà quindi essere accompagnata da profondi mutamenti.
L’Europa è stata a lungo un importante motore dell’innovazione mondiale e ancora oggi le aziende europee rappresentano una parte significativa della ricerca e sviluppo industriale totale nel mondo, soprattutto per quanto riguarda il settore automotive. Tuttavia, negli ultimi dieci anni le imprese statunitensi hanno rafforzato la propria posizione di leadership, e Cina e Corea del Sud hanno recuperato terreno. Tale concorrenza mette in discussione la capacità dell’Europa di sostenere un modello di crescita a lungo termine.
Un sondaggio di McKinsey mostra che gli innovatori che per primi introducono nuovi prodotti e servizi per il mercato sperimentano una crescita dei ricavi significativamente più elevata. Eppure, la quota di aziende europee che si considerano vere innovatrici è notevolmente inferiore a quella degli Stati Uniti.
Per l’Europa, sarà quindi fondamentale da un lato aggiornare l’offerta formativa per chi arriverà nel mondo del lavoro, e dall’altro riqualificare chi ci sta già dentro. Da questo punto di vista, la buona notizia è che l’Europa può contare su una comunità di ricercatori più ampia di quella degli Stati Uniti o della Cina. Ma in prima istanza sono le imprese stesse a doversi reinventare, adattandosi allo scenario contemporaneo in continuo divenire.
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