Quest’anno farò 34 anni di vita e 12 di carriera professionale – nei 12 ci metto dentro anche gli stage, perché pure quello è lavoro. In questo decennio ho visto cambiare così tante cose nella comunicazione che ho deciso di tirare le fila qui, assieme a te.
di Valentina Falcinelli*
Sono passata per realtà piccole, che a fatica riuscivano ad arrivare a fine mese, fino a colossi, che a fatica riuscivano a tenersi un dipendente per più di due mesi.
Potrei dire che “ho visto cose che voi umani”, ma eviterò di tediarvi con racconti fantascientifici…
Nasco, professionalmente parlando, quando nascevano pure i primi blog.
C’era Splinder, all’epoca. C’erano le sidebar con gli orologi analogici in digitale; c’era il blogroll; c’erano tag a profusione.
Erano gli anni in cui, se aprivi un blog, speravi di diventare la nuova Pulsatilla.
Gli anni in cui mettevi il contatore delle visite e lo controllavi con fare ossessivo-compulsivo ogni giorno, ogni ora.
“Aumenta, aumenta, aumenta!”. Il contatore ShinyStat valeva più di quel che vale la Seo oggi.
Indice dei contenuti
E, a proposito di Seo, quelli erano gli anni in cui scrivevi per piacere alle persone, per ricevere un commento, per finire nei “preferiti” di qualcuno.
Di Seo quasi non si parlava: se finivi in prima pagina per una query (come era successo a me per “correzione di bozze”), ci finivi e basta. Non stavi lì a chiederti il perché e il per come; e forse nemmeno te ne accorgevi, di essere arrivato sulla cima dell’Olimpo.
Erano anni distesi, in fondo in fondo. La community di blogger era come la piazza di paese.
Anzi, come il bar di paese. E, tra l’altro, non c’era nemmeno l’etichetta di blogger.
I social network? Non c’erano mica. C’erano le chat, qualche software… Ma comunque si trattava di cose che, alle aziende, interessavano poco o nulla.
In realtà pure i blog, mica interessavano alle aziende: le aziende, per comunicare, per farsi conoscere, per vendere usavano altri canali. Piedi, piedoni, mezze pagine, pagine intere sui giornali, sulle riviste, sulle freepress. Affissioni. Spot radiofonici e televisivi. Flyer, volantini, pizzini… Vabbè, dai, no, quelli no.
In agenzia si lavorava su queste cose qui. Di content marketing non si parlava; di social media marketing tanto meno. Si discuteva di script, di voice over, di headline, di cianografiche, di “fammi più piccolo ’sto claim e giustificami ’sta bodycopy”.
Si usciva, come si esce oggi, a notte fonda perché bisognava lavorare per la gara. Le gare. E se provavi a uscire alle sei e mezza ti dovevi aspettare un: “Ah, quindi oggi fai mezza giornata…”. E questo, ahimè, non è cambiato.
I siti web si facevano, sì, ma erano qualcosa d’inguardabile: sfondi neri, carattere corpo 8 – perché si credeva che la miopia non esistesse –, immagini più finte dei seni delle soubrette.
Poi c’erano i webmaster, ah sì i webmaster: i primi, veri, smanettoni 2.0. I webmaster consigliavano “il male”. Cose come il testo nascosto, perché loro, loro sì che avevano capito la verità dell’epoca: i motori di ricerca funzionavano per parole chiave e keyword density. I siti di allora erano proprio bruttarelli e per niente usabili. D’altronde non si usavano granché gli smartphone per vedere i siti – forse non si usavano granché gli smartphone per vedere i siti da mobile perché i siti da mobile non si vedevano…
Piano piano la questione della Seo si fece sentire. Si iniziò a capire meglio il funzionamento di Google e nacquero le prime web agency. Nacque pure la mia dolce piccola cara e amata Pennamontata, nel 2009, con un sito dallo sfondo nero come i peggiori trend di web design dell’epoca consigliavano. E con le web agency nacquero i servizi di web marketing, tra cui l’article marketing per la link building e “l’inserimento del tuo sito in directory qualificate”.
Oggi se non hai un sito mobile friendly vali meno di un kleenex usato. Se non sei in prima pagina su Google non esisti. Se non hai un job title con almeno una parola in inglese sei uno sfigato.
Se non attui strategie win-win non sai cosa ti perdi. Se la tua pagina Facebook non ha un engagement rate esponenziale, meglio chiudere tutto, sparire per un po’, darsi al sollevamento forchette. Oggi tutto è molto meno disteso. Oggi abbiamo bisogno di fare digital detox per stare meglio, perché le notifiche push ci rendono il vivere più “hard”.
Oggi sento un po’ la mancanza di ieri, quando preparavo menabò e delle notifiche non me ne fregava nemmeno un po’. Oggi quel contatore di visite lo rimpiango, perché non avevo nulla da nascondere, nulla da perdere.
Ma oggi è come ieri: ieri è sempre meglio, almeno un po’ meglio, di oggi.
* Direttore creativo dell’agenzia più magenta del web, Pennamontata, so scrivere senza guardare la tastiera, ma non so guardare la tastiera senza scrivere. Il copywriting per me è il pane e la creatività il companatico. Ogni tanto, però, mi nutro anche di pizza.
I Podcast hanno conquistato l'Italia, qui la lista dei migliori Podcaster Italiani in base al…
Le due startup italiane SWITCH e Wayla raccolgono fondi per rivoluzionare il trasporto urbano con…
Il report di NTT DATA esplora il divario tra innovazione AI e responsabilità, evidenziando l'importanza…
Microsoft ha presentato il Majorana 1, un chip quantistico topologico che punta a risolvere problemi…
L’intelligenza artificiale può simulare, comprendere e suscitare emozioni, creando un dialogo emotivo che richiede consapevolezza.…
Meta AI ha sviluppato una tecnologia per decodificare l'attività cerebrale in testo tramite reti neurali…
Via Italia 50, 20900 Monza (MB) - C.F. e Partita IVA: 03339380135
Reg. Trib. Milano n. 409 del 21/7/2011 - ROC n. 21424 del 3/8/2011