La carriera di Ubi De Feo, tecnico, educatore creativo e insegnante al Copenhagen Institute of Interaction Design (Ciid), nasce dalla curiosità di scoprire il funzionamento delle cose.
di Ilaria Galateria
“A sei anni – afferma Ubi De Feo – ho smontato una macchina telecomandata di Batman per vedere all’interno come funzionava il suo ingranaggio”. La sua curiosità è tutt’ora molto viva e contagiosa. “Negli ultimi anni, soprattutto da quando insegno e lavoro in team, il mio ruolo è un po’ cambiato anche se mantengo sempre alto il mio interesse nello sviluppo tecnico di soluzioni, principalmente hardware. Lavorare con gli studenti presenta sempre nuove sfide. Cercare insieme a loro soluzioni creative a diversi problemi mi affascina molto e non si deve mai porre limiti alla conoscenza. Insegnare è ciò che preferisco – conclude De Feo – ma dopo ogni corso ho bisogno di un periodo di decompressione…”.
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I vantaggi sono innumerevoli. Io credo, ad esempio, che sia pura “magia” avere accesso ad informazioni precedentemente non disponibili. Così come diffondere le proprie idee e scoperte. Trovo affascinante l’abbattimento dei confini, che purtroppo non esiste in tutti i Paesi, l’accorciamento delle distanze, la perdita di significato del fuso orario… Lo svantaggio è, a mio avviso, la diminuzione di pazienza e di attenzione. L’abitudine ad avere tutto e subito impigrisce un po’ le nuove generazioni.
Ubi De Feo : è pura “magia” avere accesso ad informazioni precedentemente non disponibili.
Direi determinante. Non sarei arrivato fin qui se non fossi stato sempre alla ricerca di un perché. Non sapere come funzioni qualcosa mi mette in fermento. Devo leggere, guardare video, fare ricerche, informarmi, chiedere ai miei contatti. Questo interesse sconfinato e l’aver imparato tanto su più argomenti mi permette di rapportarmi con designer e ingegneri,
copy-writer e creative director tanto da definirmi un “jack of all trades, master of none”…
Non ne ho uno preferito, ma nel 2007 ho sviluppato un progetto per De Waag chiamato “Scottie”. Era un Internet Connected Object (il termine “IoT” non era stato ancora coniato) che richiedeva la simbiosi di molte discipline per lo sviluppo. Mi sono ritrovato a lavorare con industrial designer, ingegneri elettronici, sviluppatori di back-end, ricercatori in pedagogia, medici e “smanettoni” come me. Quella è stata la prima volta in cui mi hanno affidato un progetto di elettronica. Arduino era agli inizi e io già ne seguivo gli sviluppi. Inoltre, grazie a questo progetto ho avuto la possibilità di lavorare con Massimo Banzi e altri del team Arduino. Potrei definire “Scottie” un turning point della mia carriera.
La materia è “Introduction to Physical Computing and Electronics”. Preparo gli studenti a usare Arduino e altri strumenti per creare oggetti fisici che rispondano a sensori e input esterni di altro tipo. Mi piace anche condividere i miei errori e le frustrazioni del passato così da aiutare uno studente al primo approccio.
Non credo nella formazione nel senso classico. Per me la crescita è individuale e personale. Si può eccellere solo in ciò che stimola la curiosità. Corsi pre-definiti, anche gli stessi che insegno io, hanno un valore soltanto se c’è un vero interesse nella materia da parte dello studente. Mi sono capitati soggetti con scarso interesse che comunque hanno imparato qualcosa per il loro futuro…
Negli anni il tempo a disposizione per insegnare workshops di elettronica si è drasticamente ridotto. Ricordo che all’inizio si consideravano tre-cinque giornate per un corso di tipo “beginner”, ma pian piano si è scesi a un solo giorno. C’è stata una sorta di hype del workshop che per fortuna sembra stia scemando. Non credo si possa insegnare nulla in un solo giorno.
Dato il tempo ristretto e dovendo trasmettere i fondamenti di programmazione e di elettronica, ho deciso di elaborare una serie di metodi per insegnare a persone con la giusta quantità di curiosità come funzionano i computer dietro al sipario.
Usando oggetti fisici anziché un computer, aiuto lo studente a “scoprire” come una serie di ingegneri e “smanettoni” abbiano potuto creare una macchina per fare calcoli semplicemente avendo a disposizione interruttori che potevano essere “on” oppure “off”: 0 oppure 1. È stato divertente e ancora oggi sto pensando a come rifinire i metodi per il futuro.
Non faccio piani che si estendano oltre i quattro-sei mesi successivi al presente. Pianificare per me vuol dire prevedere il futuro e non fa parte del mio carattere.
I progetti vanno e vengono e con essi tante sorprese e incontri non pianificati ma piacevoli. Per esempio, ora sto lavorando a un giocattolo per bambini con i ragazzi di Babau Lab (babaulab.com) .
È nato per caso grazie al fatto che ci seguivamo a vicenda su Instagram.
Ci stiamo lavorando da mesi e abbiamo delle deadline molto vaghe, ma il progetto procede e ci rende felici. Ed è ciò che conta davvero.
Ancora no. Per ora. Mi spaventa non sapere nulla di pedagogia e di metodi di insegnamento. Se un giorno mi deciderò, però, vorrei essere aiutato da chi ha più esperienza di me in questo settore. Ci vuole coscienza.
Foto di Federico Gatto
Ubi De Feo : Non faccio piani che si estendano oltre i quattro-sei mesi successivi al presente
Arduino cos’è, come funziona e i progetti che puoi fare
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